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Le frane in Campania

Rassegna stampa

AGI - Agenzia Giornalistica Italiana
marzo 1999
Giuseppe di Pietro

RISCHIO IDROGEOLOGICO: LA SPESA IN ITALIA

(AGI) - Non piace a nessuno. Tutti riconoscono la sua lacunosità ma si stenta a cambiarlo, pur in presenza di tragedie immani. L'approccio italiano al problema del dissesto idrogeologico e alla conseguente difesa del suolo torna prepotentemente alla ribalta in occasione degli immancabili eventi luttuosi ma, di fatto, negli ultimi decenni non ha subito cambiamenti radicali.

Il territorio nazionale si è confermato come uno dei più vulnerabili, anche per a sua orografia; l'urbanizzazione incontrollata e abusiva ha aumentato i pericoli, e a tutto questo si risponde con la frammentazione delle competenze; risorse insufficienti e ripartite in mille rivoli; mancanza di una politica generale di intervento.

In quasi mezzo secolo alluvioni, terremoti, frane e quant'altro hanno fatto 3500 vittime, mente lo Stato ha dovuto sostenere una spesa di 140 mila miliardi solo per risarcire le vittime delle catastrofi naturali. I danni e l'enormità dei disastri, però, non hanno provocato, come era auspicabile, un cambio di rotta nelle politiche del territorio, non a caso, nessuno è in grado di quantificare la reale spesa pubblica in materia di prevenzione del rischio idrogeologico: forse qualche migliaio di miliardi; a fronte di un fabbisogno che negli ultimi anni '70 era stato stimato in 10 mila miliardi e 30 anni di lavoro, poi cresciuto a dismisura fino agli attuali 200 mila miliardi e 40-50 anni di lavoro.

"Da noi - accusa Alfonso Pecoraro Scanio, parlamentare dei Verdi e Presidente della commissione Agricoltura della Camera - di difesa del suolo si parla solo in occasione delle calamità. Poi, i media, i politici e gli amministratori colpevolmente si distraggono su altre cose". A tutt'oggi le competenze in materia, anche se a vario titolo, sono parcellizzate tra il ministero dell'Ambiente, quello dei Lavori Pubblici, delle Risorse Agricoli e le Regioni. Quest'ultime, poi, a loro volta ripartiscono mezzi e risorse tra i vari assessorati, comunità montane, consorzi, autorità di bacino, ecc. Eppure sulla creazione si un superministero per il Territorio sono tutti d'accordo.

"È evidente - sostiene il responsabile per l'Ambiente di AN, Nino Sospiri - che non c'è coordinamento tra i vari soggetti. Un Valido governo delle politiche di intervento in materia, si può ottenere solo con l'accorpamento delle competenze. Da tenere presente, poi, che la legislazione vigente genera confusione tra Stato e regioni sulle competenze. Non a caso - conclude Sospiri non risulta redatto nessun piano di bacino nazionale o su scala regionale". Sulla stessa linea anche Roberto Lasagna, di Forza Italia, che così riassume la situazione nel Paese. "il disastro idrogeologico - sottolinea - in gran parte deriva dall'incanalamento di fiumi torrentizi, fino al 1993 consentito dalla Legge, per recuperare aree da destinare alle aziende, alle colture e alle costruzioni. Nel corso degli anni, però - aggiunge il responsabile del settore degli 'azzurri' - la natura si riprende quello che gli è stato sottratto".

Per Fulvia Bandoli, dei DS, "unificare le competenze non è la soluzione di tutti i mali". "Abbiamo - aggiunge una concezione arretrata su cosa significa gestire il territorio. Siamo, però, convinti che Ambiente, Lavori Pubblici, Trasporti e Agricoltura devono diventare sue soli dicasteri".

Oltre all'organo decisionale unico, da più parti si sollecita anche l'adeguamento della legislazione. Un primo passo è avvenuto con la legge 267, del dopo Sarno, che assegna alle regioni il compito di individuare le aree a rischio, entro giugno '99. Per i primi interventi sono stati stanziati 110 miliardi che consentiranno di "mettere in sicurezza" circa 130 mila persone a rischio di frane e alluvioni. "Pochi mesi certamente non basteranno per una mappatura completa del territorio" commenta il Presidente del Consiglio Nazionale dei geologi, Pietro De Paola. "Si corre il rischio di riciclare dati vecchi. Invece - continua De Paola - bisogna intervenire con una legge ordinaria, che non sia figlia dell'emergenza". La possibilità c'è: ripartire dalla 183 dell'89, che tecnici e politici all'unisono considerano come una buona Legge quadro sulla difesa del suolo. A dieci anni dal varo, questa normativa è rimasta pressoché inapplicata proprio perché manca quella regia unica che programma e attua gli interventi.

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