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Le frane in Campania

Rassegna stampa

Cronache del Mezzogiorno
(01.07.1998)
biccì

"Il rischio è per l'interferenza naturale con attività antropiche non programmate"
Ipotesi discordanti per le frane

 

La relazione del geologo Angelo Di Rosario, intervenuto al convegno organizzato ieri a Palazzo Sant'Agostino, è stata una delle più chiare delle tante che si sono ascoltate nel corso dei numerosi incontri a livello istituzionale e non, organizzati fino ad oggi dal 5 maggio scorso, giorno in cui la frana dell'Agro Nocerino-Sarnese ha spazzato via interi paesi, provocando centinaia di morti.

Sono parole di un tecnico, non di un politico o di un responsabile istituzionale che di geologia ne sa ben poco ed arranca tra supposizioni e sentito dire, e quindi in alcuni casi illuminanti per chi vuole capire cosa è successo quella maledetta notte di maggio. Avvalendosi delle diapositive, Di Rosario - che si è recato nella zona del disastro fin dalla notte dell'alluvione - ha spiegato alla platea che "il disastro che ha colpito Sarno, Quindici, Siano, Bracigliano e San Felice a Cancello è una ripetitiva e drammatica manifestazione delle diffuse condizioni di instabilità e di occupazione poco avveduta del territorio di quell'area collinare, caratterizzata da versanti ripidi impostati su rocce carbonatiche ricoperte da suolo sviluppatosi su depositi piroclastici (pomici, ceneri, sabbie) emessi in occasione delle varie esplosioni vulcaniche.

Nel caso del Sarnese il problema da risolvere è di tipo litologico e geologico, cioè va effettuato il riconoscimento del detrito di frana caotico e a tutt'oggi la Comunità Scientifica non ne ha fornito un'univoca interpretazione".

Se non si identifica la corretta caratterizzazione geologica di ciò che è franato, non si possono programmare degli interventi mirati, e si corre il rischio dl proteggere un'area invece che un'altra penalizzando, o favorendo un'intera zona.

Di Rosario ricorda che l'utilizzazione del territorio, con le modificazioni conseguenti all'attività antropica, non può prescindere da una approfondita conoscenza degli equilibri naturali e da una cultura della prevenzione. "Servono norme legislative e strutture tecniche di servizio adeguate alle complessità delle fenomenologie del nostro territorio.

Non dimentichiamo che in Campania il rischio sismico interessa 468 Comuni su 551; c'è anche il rischio vulcanico, che riguarda i Comuni della fascia circumvesuviana dove lo sviluppo edilizio ha prodotto una crescita esponenziale delle vulnerabilità; c'è altresì un rischio geologico e idrogeologico, rischio inteso come interferenza di un normale processo naturale con attività antropiche non pianificate".

Di Rosario invita ad una programmazione di interventi che deve scaturire da sinergie tra ricerca scientifica, mondo professionale e Enti territoriali, ma "programmare vuol dire conoscere, saper usare le risorse del territorio che non sono un bene inesauribile. La Campania è una Regione agli ultimi posti per inadempienze legislative in materia ambientale".

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