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Le frane in Campania

Rassegna stampa

Città Nuova
n.11 - 1998
P.L.

De Paola: dobbiamo puntare sulla prevenzione

Non è vero, ripetono gli esperti, che la natura colpisce senza preavviso. I paesi di Sarno e di Quindici lo sapevano bene. Così come quelli di Stava, dell'alta Valtellina del Piemonte della Garfagnana, della penisola sorrentina, dove sono avvenute le ultime calamita. Siamo un paese ad allo rischio, ma ce ne ricordiamo solo ai funerali delle vittime dell'inondazioni e delle frane: 3.488 morti negli ultimi 50 anni.
Se oggi si ripetesse l'alluvione di Firenze del '66, i danni, dicono i tecnici, sarebbero decisamente superiori. I comuni a rischio sono 2.960. Dei disastri prossimi venturi e ben consapevole Pietro De Paola, presidente dell'Ordine dai geologi.
«All'incuria si è unito il difetto di considerare il territorio come un'entità statica, mentre in realtà si evolve verso nuovi equilibri. Anche di questo va tenuto conto nella progettazione dalle opere».

Manca una cultura della prevenzione. È solo un fatto di costi eccessivi?
«Il cittadino che costruisce abusivamente mente un edificio in una zona pericolosa rivela un'assenza ti conoscenza dei rischi a cui sottopone se stesso e i suoi beni. Se a questo aggiungiamo la mancanza di interventi da parte dei sindaci che pure in forza della legge 47 dell'85 sarebbero tenuti ad intervenire immediatamente, abbattendo gli edifici abusivi, si capisce il ritardo di cultura e di sensibilità. Quindi, la prevenzione, senza una diffusa cultura del territorio trova scarsa possibilità di essere applicata.
«Forse, a questo bisogna aggiungere anche valutazioni di tipo politico. La prevenzione dà frutti a lunga scadenza, al di là del periodo temporale utile al politico per raccogliere i consensi di tipo elettorale».

Con le emergenze per alluvioni, terremoti e vulcani, il nostro paese è in una situazione ad alto rischio. Eppure non vantiamo una cultura del territorio. Secondo lei cosa occorre fare?
«Molte iniziative della pubblica amministrazione e numerose norme non favoriscono una capillare azione divulgativa e organizzativa del territorio. In questo momento stiamo assistendo ad una demolizione sistematica dei quattro servizi tecnici nazionali. II Servizio geologico è ridotto all'osso, mentre dovrebbe seguire l'evoluzione dell'intero territorio nazionale, aggiornare la cartografia geologica, predisporre le carte tematiche specialistiche.
«La stessa ricerca geologica gode in Italia di finanziamenti irrisori rispetto a tutte le altre scienze. E non ci si accorge viceversa che si spendono 7.000 miliardi all'anno per i danni delle calamità senza poter sanare alla radice i mali che affliggono il nostro paese per la sua fragilità».

Dopo la valanga di Sarno, cosa consiglia di fare per non limitarsi a piangere i prossimi morti?
«Vanno responsabilizzate le comunità locali, da quelle montane ai consorzi tra comuni, che devono avere autonome strutture tecniche di servizio, composte da esperti che conoscano il territorio palmo a palmo, in modo da poter mettere l'amministrazione locale, primo caposaldo dello Stato in periferia, in condizione di realizzare un'efficace prevenzione.
«Un altro passo è la maggiore cura del territorio in senso lato. Guardie forestali, vigili urbani, carabinieri dovrebbero poter sorvegliare il territorio In modo continuo, controllando le discariche abusive, che spesso occupano anche a quote elevate gli alvei torrentizi, la manutenzione del sottobosco, il taglio degli alberi, la puntuale riforestazione, la prevenzione degli incendi.
«Questo si può realizzare potenziando le piccole strutture locali. Ciò va correlato con la Protezione civile, ma significa pure che occorre una visione strategica del territorio da parte dei servizi tecnici centrali, che vanno valorizzati. È un lavoro di ricostruzione che, incominciando da oggi, ci vedrebbe occupati per alcuni decenni, Impegnando somme davvero ingenti. Si parla di 65 mila miliardi nel prossimo decennio. Ma negli ultimi 30 anni sono stati spesi oltre 200 mila miliardi solo per i danni da catastrofe naturale. Con il lavoro di prevenzione si ridurrebbero invece i costi passivi della post-emergenza e si svilupperebbero l'economia e l'occupazione».

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