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Le frane in Campania

Rassegna stampa

ScienzaNuova
Edizione italiana di New Scientist
Giugno 1998 - Anno 1 N°3
Ezio Plenizio

Quando il cemento diventa fango
Evitare la prossima catastrofe è possibile, ma richiede grande impegno e tempi lunghi

MARTEDÌ 5 maggio alle quattro del pomeriggio, dopo sei giorni di pioggia intensa ma non eccezionale (140 millimetri nelle 48 ore precedenti), una prima frana si stacca dai versanti del Pizzo d'Albano e investe Episcopio, frazione di Sarno. Poi, dalle otto di sera e per tutta la notte, è la catastrofe: una serie di vere e proprie colate di fango colpisce altri paesi pedemontani: Sarno, Siano, Quindici, Bracigliano. Il fronte delle colate fangose raggiunge altezze dell'ordine dei metri e semina morte e distruzione: più di duecento morti e migliaia di sfollati.

L'opinione pubblica è scossa, infuriano le polemiche di sempre. Qualcuno sapeva? Si poteva prevedere? Cosa non è stato fatto? Di chi la responsabilità? Dalle pagine di Repubblica, il sottosegretario ai Lavori Pubblici afferma: "Stiamo dando un'immagine falsa: sembra che qualcuno abbia sbagliato dei calcoli ingegneristici. Non è così, questo disastro è il frutto di errori urbanistici".

"Bisogna ripensare il rapporto col territorio" afferma Pietro De Paola, presidente dell'Ordine dei geologi. "La terra, la sua morfologia, la sua geologia, non sono entità statiche bensì intrinsecamente dinamiche, che si modificano nel tempo, poiché sottoposte all'azione di forze quali la gravità, le spinte tettoniche, che si generano nel mantello terrestre, gli agenti meteorologici e climatici. Possono apparire statiche solo all'osservazione, distratta o cinica, sulla scala di tempo della vita umana, già non più su quella dei tempi storici".

Del resto appena il 21% del territorio italiano è costituito da pianura, il 40% del territorio è collinare, il 39% è di montagna: che l'Italia abbia il primato europeo della franosità è dovuto prima di tutto a questa sua configurazione geomorfologica, che a sua volta non è casuale ma è il frutto millenario delle spinte geodinamiche della crosta terrestre, nel nostro caso specifico la spinta della placca africana contro la placca euroasiatica. Ben si sa che tali forze endogene, profonde, sono ancora attive, e i terremoti e i fenomeni vulcanici della nostra penisola ne sono ulteriore dimostrazione: la penisola italiana nel suo complesso è uno dei paesi geologicamente più giovani e dinamici d'Europa.

Le 5.400 alluvioni e 11.000 frane censite nel nostro paese negli ultimi 80 anni non sono soltanto conseguenza del malgoverno, dell'edilizia abusiva o dell'intervento antropico tout court, sono anche un fenomeno "naturale" con il quale dover imparare a convivere altrettanto ineluttabilmente che con i terremoti o le condizioni climatiche proprie della nostra area.

"Mentre invece continuiamo a costruire autostrade, ferrovie, impianti sciistici e altre strutture che tendono a ingabbiare rigidamente un territorio che è dinamico", afferma ancora il geologo De Paola.

«In queste ore ha piovuto molto: ma la pioggia non si può assolutamente assumere a giustificazione delle frane». L'hanno ripetuto in molti in questi giorni, politici, amministratori, gente comune. Purtroppo, invece, è così: bastano 140 millimetri di pioggia in 48 ore per provocare la catastrofe che è sotto gli occhi di tutti. E non esiste ingegnere o geologo al mondo che avrebbe potuto evitarla.

È la geologia stessa del Pizzo d'Albano, il monte dal quale si sono staccate le imponenti colate di fango e detriti che hanno investito Sarno, a costituire il primo problema: su un basamento roccioso calcareo si sono depositate, nel corso dei millenni, spesse coltri di piroclastiti vulcaniche, ceneri e lapilli eruttati dal Vesuvio e dagli apparati vulcanici, ora quiescenti, dei Monti Flegrei. Si tratta di materiale scarsamente consolidato, facilmente imbibile dalle acque piovane e che può quindi assumere consistenza fluida. La forza di gravità e le forti pendenze del basamento roccioso fanno il resto: il materiale piroclastico, imbevuto d'acqua, diventa massa fangosa instabile, "smotta" e, in vere e proprie colate, scende a valle, nel caso di Sarno lungo i canaloni di drenaggio naturale, fino a ritrovare il suo nuovo equilibrio statico.

Quella del Pizzo d'Albano è geologia caratteristica di una vasta parte della Campania: la penisola Sorrentino Amalfitana presenta caratteristiche simili e nel gennaio del 1997 fu interessata da fenomeni franosi analoghi. A franare furono ancora le piroclastiti vesuviane, la "miccia" dei fenomeni fu un evento pluviometrico abbastanza consistente, 150 millimetri in ventiquattrore a Castellamare di Stabia, ma non veramente eccezionale se si pensa che il 24 e 25 ottobre 1954 si registrarono nel salernitano circa 500 millimetri di pioggia. Anche allora frane e morti, quasi 300.

Sono la geomorfologia e litologia, quindi prima di tutto, a dare alla Campania il record italiano delle frane. La malamministrazione, l'abusivismo edilizio, la criminalità organizzata si sono assommate, col risultato di trasformare un grave problema geologico in una catastrofe. E pensare che uno studio del Consiglio superiore dei lavori pubblici, già nel 1970, calcolava che l'estensione delle aree di frana attiva era pari al 2,4% dell'intero territorio campano.

Se si conosce così bene e da così lungo tempo la pericolosità di quelle zone, non era proprio possibile fare nulla sul piano della prevenzione e della previsione? Certamente sì, ma la risposta a queste domande va articolata sulla complessità dei fenomeni in questione.

A partire dagli ormai celebri Regi Lagni, una pregevole opera di ingegneria idraulica voluta dai Borboni, che contraddicono qui la loro proverbiale immagine di arretratezza. Sono una rete di canali che servivano a irregimentate le acque affluenti del Sarno. Un'opera frutto di una conoscenza secolare dell'idrografia della zona è stata colpevolmente abbandonata: ma, avverte De Paola, "I Regi Lagni in stato di efficienza operativa avrebbero, semmai, solo potuto limitare i danni, non certo evitare la catastrofe".

Quali altre opere di ingegneria si sarebbero potute realizzare sulle pendici della valle del Sarno? I volumi dei movimenti franosi degli ultimi giorni (non esistono ancora dati precisi) sarebbero dell'ordine dei milioni di metri cubi nulla avrebbe potuto arginare il fenomeno. Ma soprattutto, secondo De Paola, "è proprio l'ottica del costruire che va ridiscussa: briglie, argini, muri di sostegno e altre strutture rigide devono essere il più possibile evitate ed essere comunque "leggere ed elastiche": spesso contrastare una pressione in un punto significa semplicemente dislocarla altrove".

"Sarebbe urgente invece migliorare la conoscenza del territorio. Mappare la geologia dell'Italia su scala 1:50.000 (al momento esiste solo su scala 1:100.000) vorrebbe dire fornire l'abbecedario minimo su cui fondare la zonazione tematica dei rischi idrogeologici e geomorfologici. E vorrebbe dire occasioni di lavoro altamente qualificato per molti giovani geologi", aggiunge De Paola.

Si cita spesso, come causa dell'accresciuta instabilità dei versanti l'abbandono dell'agricoltura e lo spopolamento delle campagne. Si tratta di un fenomeno socioeconomico di lungo periodo, tipico di molte società industrialmente mature e quindi difficilmente reversibile. E poi dipende: nella penisola Sorrentino Amalfitana è ancora possibile vedere i versanti terrazzati con i terrazzi che diminuiscono l'instabilità del pendio e i muretti a secco che favoriscono il drenaggio lento dell'acqua.

Ma in altre situazioni l'agricoltura può aver significato il disboscamento per far posto alle colture, oppure l'utilizzo di mezzi meccanici che richiedono l'aratura dei versanti collinari secondo una linea vicina a quella di massima pendenza, con ciò favorendo l'erosione del suolo.

Il disboscamento è probabilmente uno dei fattori antropici principali che hanno ingigantito la portata della catastrofe di Sarno. Ma solo gli alberi le cui radici attraversino il terreno franabile e si fissino al substrato roccioso contribuiscono al consolidamento della massa instabile. Certamente però, qualsiasi bosco è meglio di nessun bosco, poiché, in ogni caso, gli alberi assorbono parte della piovosità e proteggono il terreno dall'erosione piovana come dalle azioni termiche.

E danno si assomma a danno quando il disboscamento avviene a opera del fuoco. Recenti studi condotti anche con incendi sperimentali, dimostrerebbero che quando il calore dell'incendio supera una certa soglia, si indurrebbero mutamenti nei parametri chimico-fisici del terreno: cambia la granulometria, l'humus distilla in sostanze impermeabili il terreno perde coesione. Un bosco ripulito dalla sterpaglia del sottobosco è meno vulnerabile agli incendi e le fiamme hanno minori possibilità di sviluppare alte temperature al suolo.

Sul piano della prevenzione, quindi le cose da fare ci sarebbero, ma, a parte forse la manutenzione dei Regi Lagni e i progetti di rimboschimento, richiedono tempi lunghi e implicano problemi sociali enormi e costi considerevoli.

Come far sloggiare migliaia di famiglie dalle loro case nelle zone a rischio, come, pur a ragione, il sottosegretario ai Lavori Pubblici Mattioli comincia a ventilare? E dove rilocarle? Chi saprà fermare l'abusivismo edilizio?

Sul piano della previsione geologi e geofisici se supportati da ingenti finanziamenti potrebbero fare grossi passi avanti. Purtroppo, un po' come per i terremoti la definizione certa dell'ora X per il crollo di una frana è ancora abbastanza lontana. L'accelerazione brutale dei fenomeni franosi nella fase finale è una delle loro caratteristiche principali. Chi si assumerà la responsabilità di fare o non fare evacuare un paese a rischio?

Da qualunque angolo si affronti il problema, sembra impossibile evitare quanto da tempo De Paola e l'Ordine dei geologi vanno predicando: "La Terra ha una sua dinamica inarrestabile, che va conosciuta e interpretata per cercare di intralciarne il passo il meno possibile con i nostri cementi armati".

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